Sveglia all’alba! Prendiamo il taxi con la nostra guida, un Ape, ed andiamo a vedere il suo ufficio. Orgoglioso ci mostra la sede della sua agenzia di viaggi all’interno di un grande hotel di Hawassa.
Poi tutti in un locale rasta all’aperto per degustare succhi di frutta al 100%. Una delizia unica.
Lungo la strada incontriamo molti carretti trainati da asini, è il mezzo di trasporto per eccellenza: portano ogni tipo di merce e fungono anche da taxi.
Durante il viaggio guardiamo qualche foto al pc ricordando i giorni passati.
Ci fermiamo lungo la strada, il driver ne approfitta per comprare bellissime cipolle rosse. Ancora carretti stracolmi di merci che ti chiedi come sia possibile non cada nulla.
Ad Addis-Ababa è tempo di saluti, c’è malinconia, ormai siamo diventati un’unica famiglia: noi, la guida e il nostro driver. Un’ultima partita a biliardo, poi in aeroporto. Si rientra in Italia, casa nostra.
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Raduniamo tutti i bagagli fuori dalla stanza, è una nostra regola per non dimenticare mai nulla. Attraversiamo monti, gole, vallate, letti di fiumi prosciugati, siamo nella stagione secca. Dopo due ore e mezza arriviamo ad Arbore. Qui vive la tribù che dà il nome al villaggio.
Sono sempre i bambini i primi a venirci incontro. Alcuni di loro indossano una specie di elmetto realizzato con il guscio di una zucca per imitare gli adulti ed essere guerrieri come loro.
E’ una tribù che canta, che balla, lo fanno per eliminare l’energia negativa in modo che possano prosperare. Le donne sono note per indossare collane ed orecchini molto colorati. Praticano il body painting, la pittura e la decorazione del corpo: tutti i colori che utilizzano sono naturali, li producono utilizzando terra e pietre.
Ogni tribù dà emozioni differenti ma tutte riescono a trasportarti indietro di migliaia di anni.
Incontriamo grandi campi di cotone. Poi la fame chiama. Ci fermiamo a Konso nel Strawberry Fields eco lodge. Qui un piatto di spaghetti non ce lo toglie nessuno.
Di nuovo in marcia, il traffico si fa sempre più intenso. La notte cala, facciamo una curva poi un lungo rettilineo a conca e vediamo centinaia di luci che si muovono. Rimaniamo a bocca aperta, non capiamo. Ci avviciniamo, quelle luci sono torce tenute in mano da persone, ce ne sono a centinaia, tutte in mezzo alla strada, molte corrono. Ci avviciniamo, tirano pugni contro la macchina, pensiamo al peggio, pensiamo ad una rivolta.
La nostra guida scende per capire. Un uomo è stato investito ed ucciso da un pulmino e tutti gli abitanti stanno correndo a vedere. Non capiamo bene cosa vogliono dai noi, forse un passaggio per andare a chiamare i familiari della persona investita.
Non sono rari casi come questi, tantè che i pulmini che trasportano passeggeri vengono chiamati “Al-Qaeda”: la loro unica regola è correre, correre e ancora correre. Se investi qualcuno e lo uccidi la regola è quella di scappare ed andare al primo posto di polizia, altrimenti si verrebbe linciati dalla folla.
Dopo 13 ore di viaggio arriviamo ad Hawassa, una pizza veloce e poi… lettoooo!
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E’ l’alba, destinazione Murulle. Lungo la strada ancora gli Hamer, in quest’area sono il secondo gruppo etnico più densamente popolato.
Siamo in riva al fiume Omo, vicino a Murulle, qui troviamo la tribù dei Karo. Purtroppo anche questo villaggio è abituato ad aver a che fare con gruppi di turisti portati dai tour operator.
Come sempre in questi casi, ci rifiutiamo di fotografare, la genuinità di quello che vediamo è troppo contaminata. Addirittura fuori dal villaggio è stato costruito un parcheggio per le macchine con tanto di pensilina parasole. Assurdo!
Ci spostiamo più a sud. Tra piste di sabbia e fitta vegetazione seguiamo il percorso del fiume fino a Nyangatom che vediamo sull’altra sponda: un piccolo villaggio abitato da una tribù dalla quale prende il nome.
Scendiamo fino al fiume, c’è una piccola insenatura, una spiaggetta. Un gruppo di bambini si fa il bagno e così anche chi ci accompagna si tuffa per una rinfrescata. Risalendo incontriamo qualche adulto, sono possenti.
I Nyangatom sono una tribù bellicosa. Dotati di armi automatiche a causa della disputa con i Turkana, pascolano le mandrie di bestiame con gli AK-47s ottenuti di contrabbando dal Sudan. Sono sempre pronti a proteggere il loro bestiame da violenti razziatori. Appena uccidono un nemico si sfregiano ripetutamente per impedire al sangue cattivo di ucciderli con la sua magia.
Torniamo a Turmi, Giulia fa un po’ di bucato, io pulisco l’attrezzatura, poi si riparte. Qui vicino c’è un grande villaggio Hamer, il Beta Gelafa.
Decidiamo di andarci senza avvisare la cooperativa turistica, altrimenti altre tasse fantomatiche da pagare ed una loro guida tutto il tempo con noi. Fantomatiche perché con molta probabilità quello che fanno è illegale.
Entriamo nel villaggio, sembra non esserci nessuno. All’improvviso qualcuno inizia ad uscire dalle capanne, chi vediamo in lontananza si avvicina. In un attimo siamo circondati da un centinaio di ragazze, una più bella dell’altra.
Curano la loro bellezza in modo impressionante, sopratutto i capelli: mescolano insieme ocra, acqua e resina, poi strofinano il tutto sui capelli coi quali creano delle trecce color rame, conosciute come goscha. Queste trecce sono simbolo di benessere e salute.
A Turmi, sul ciglio della strada, ci fermiamo a giocare a calcetto con un gruppo di ragazzi.
Poco dopo ecco arrivare la banda della cooperativa. Discussione fino a sera, poi decidiamo di pagare la multa per non averli informati della nostra visita al villaggio: 90 dollari americani.
Volevamo riprendere la consegna del denaro ma ci è stato impedito, però abbiamo tutte le ricevute. Vedremo cosa dirà il Governo.
Di sera sfida a biliardo con la nostra guida, poi in casa dello staff dell’hotel: fumano il narghilè, ci si rilassa, si chiacchiera.
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Due ore e mezza di fuoristrada ed arriviamo ad Omorate. Rapido checkpoint per registrare i nostri passaporti perché siamo vicini ai confini del Kenya e del Sudan.
Iniziamo a piedi una ripida discesa dell’argine del fiume Omo. Saliamo su una canoa che è stata realizzata scavando un tronco d’albero. Arrivati sull’altra sponda iniziamo una lunga camminata in mezzo al nulla, in un’area desertica: stiamo per incontrare i Daasanach.
Il caldo è soffocante, l’attrezzatura sembra pesare il doppio. Siamo accompagnati da un gruppo di ragazzi del posto. Camminiamo per un’ora, arriviamo al villaggio.
Quello che vediamo non ci piace. E’ una tribù abituata a ricevere turisti, lo capiamo dal fatto che tutto è pronto per noi, comprese varie dimostrazioni. Non ci stiamo. Non scattiamo nemmeno una foto e torniamo indietro.
Per poter incontrare tribù “incontaminate” bisogna addentrarsi molto di più , dove i tour operator non arrivano. Non abbiamo tempo, ritorneremo.
Ad Omorate ci fermiamo in una locanda ed iniziamo a bere come matti.
Torniamo a Turmi. Poco prima di arrivare in un altro villaggio Hamer, lungo la strada incontriamo due uomini. Hanno sulla testa uno chignon di argilla che sostiene una piuma di struzzo. Ciò significa che recentemente hanno ucciso un nemico o un animale pericoloso, anche loro sono della tribù degli Hamer.
Ecco il villaggio, diverso da quelli di ieri, siamo senza la fastidiosa presenza della guida della cooperativa.
Sono tutti riuniti in gruppo, i bambini guardano una ragazza che sta battendo del metallo su una pietra per realizzarsi un bracciale. Per gli Hamer ogni ornamento ha un importante significato simbolico.
Le ragazze indossano collane di perle e spire di ferro attorno al braccio. Quelle fidanzate indossano conchiglie cipree, quelle sposate collane di metallo chiamate “ensente”.
La loro bellezza è abbagliante. Gli accessori, gli ornamenti, sembrano essere usciti da un esclusivo negozio sulla Fifth Avenue a New York.
Osservare gli anziani è un onore, è a loro che è affidato il compito di tramandare le tradizioni della propria tribù. Sguardi intensi, penetranti, vissuti, orgogliosi …
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Ogni volta che si riparte caricare la macchina diventa una sfida, come i giochi rompicapo: sbagli a mettere un pezzo e devi ricominciare.
Ancora assonnati viaggiamo in mezzo ad un paesaggio arido, polveroso, desertico. Tutto tace, anche in macchina. Poi, all’improvviso, dietro una curva, decine di ragazzi in mezzo alla strada. Ci fermano. Saltano, ballano, cantano, la musica arriva da un vecchio stereo portato a spalla. C’è chi sfoggia il suo machete, chi il suo kalashnikov, il caos è totale. Tutti attorno alla macchina. Rimaniamo a bocca aperta, chiediamo. Stanno festeggiando un matrimonio, qui si fa così.
Proseguiamo. Vicino a Key Afer incontriamo altri ragazzi, sono della tribù dei Benna, anche loro con il kalashnikov. Sono molto temuti dalle vicine tribù, non sono rari gli episodi di furto di bestiame o uccisione dei nemici.
Arriviamo a Turmi. Breve relax nella nostra stanza horror al Tourist hotel e siamo pronti per ripartire ed incontrare la vicina tribù Hamer.
Prendiamo le macchine fotografiche e… veniamo fermati da alcuni ragazzi che dicono di far parte della cooperativa “Turmi Evangadi Small Tour Guides”.
Dopo una lunga discussione, per poter fotografare la tribù dobbiamo pagare una tassa di 40 dollari americani, inoltre uno di loro deve venire con noi per osservare quello che facciamo. Sarà legale tutto ciò? Molto infastiditi partiamo.
Arriviamo ad un villaggio Hamer. I bambini fanno capolino dalle capanne, le ragazze sono allo stesso tempo divertite ed imbarazzate, gli anziani ci scrutano. Gli Hamer sono conosciuti soprattutto per le loro peculiari pettinature e le decorazioni corporee.
Entriamo in una capanna. Una giovane madre sta preparano una specie di farina.
La persona della cooperativa che è con noi continua a dirci cosa e come fotografare. Basta. Interrompiamo tutto. Non è possibile lavorare così.
Poco dopo, soli, riusciamo ad andare in un altro villaggio Hamer dove vivono gli amici della nostra guida. Alcune ragazze hanno la schiena piena di cicatrici che si chiamano “madà”: sono i segni della devozione e dell’affetto verso il ragazzo che dovrà passare dall’adolescenza all’età adulta attraverso il superamento della prova “Uklì bulà”, il salto dei tori.
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Percorriamo una strada sterrata circondata da montagne, tra il fiume Omo e il suo affluente, il Mago. Siamo in una delle aree più remote del Paese, il sud della valle dell’Omo al confine con il Sudan.
Questa è la casa dei Mursi. Eccoli.
Lungo la strada vediamo un gruppo di ragazzi tutti nudi, hanno il corpo dipinto con “pennellate” di colore bianco. Sono qui per incontrare qualche turista temerario. Sì, sono abituati a vedere l’uomo civilizzato, per questo decidiamo di raggiungere un villaggio in un’area ancora più remota.
Imbocchiamo un sentiero nascosto indicato dalla nostra guida. Salite, discese, fango, anche con il fuoristrada è un’impresa percorrerlo. La natura è troppo fitta. Ci dobbiamo fermare.
Continuiamo a piedi per 15 minuti poi, all’improvviso, un’area aperta con qualche albero e quattro capanne di paglia. E’ il Bami village.
Ci vengono incontro gli uomini del villaggio, tutti con il kalashnikov in mano , ci presentiamo, approvano la nostra presenza. Quello che vediamo è incredibile, è come aver viaggiato nel tempo, è come essere tornati alle origini. Anche loro ci guardano incuriositi, si specchiano nell’obbiettivo della macchina fotografica.
Vedere le donne con il piattello di argilla nel labbro inferiore fa senso, sembra impossibile riuscire a portarlo eppure ci riescono.
Sono tutti impegnati a fare qualcosa: preparare il pranzo, radersi i capelli, accudire i figli … Ore e ore passate con loro per scoprire la loro vita. Giulia prende in braccio il bimbo più piccolo, le fa pipì addosso, chissà se si è emozionato o se non le è simpatica.
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La macchina non parte più. Ed ora? Spingere un fuoristrada stracarico ha dellassurdo, ma siamo in Africa e qui tutto diventa possibile. In un attimo più di 10 persone sono pronte ad aiutarci. E fantastico.
Abbondante colazione e di nuovo in viaggio.
Tutto dun tratto, dopo il villaggio di Konso, vediamo in mezzo alla strada una massa di gente che corre portando un gradissimo tronco sulle spalle. Ci fermiamo per lasciarli passare. E una cerimonia per la costruzione di una nuova capanna comune, il tronco che trasportano sarà il palo centrale. Sono tutti euforici.
Caldo, caldo, il paesaggio diventa sempre più desertico. Raggiungiamo Weyto, un villaggio in mezzo al nulla con due chioschi ristorante e una decina di stanze per turisti. Pranziamo.
Dopo sette ore di viaggio ecco Jinka, crocevia per esplorare la valle dellOmo. Qui motel, attività commerciali, mercati, ristoranti, bar, tutto gestito da locali.
Trovata una stanza per la notte, andiamo a Menekereshe, il villaggio della tribù degli Ari. I bambini ci accompagnano nelle loro case dove scopriamo lattività principale della loro tribù: produzione di piatti in ceramica. Alcuni stanno cuocendo sul fuoco. Giulia si innamora di un bambino, le donne preparano la cena e intanto si beve limmancabile caffè etiope.
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Due ruote di scorta, quattro taniche di benzina supplementari, tende e cucina da campo, materassini, valige, zaini , borse. Tutto è a bordo, si parte.
La strada è uno slalom continuo tra persone ed animali, non c’è un solo chilometro libero. Ragazzi che si tuffano da un ponte per lavarsi nel fiume, venditori di mango, un’infinità di mucche …
Poco prima di Arba Minch saliamo per 25 chilometri sulle Guge Mountains, qui vivono i Dorze, i migliori tessitori dell’Etiopia.
Nel Mekonen’s Dorze lodge l’esperienza è unica: si può vivere come loro, con loro. Incontriamo gli abitanti del villaggio, tante le cose che ci raccontano, da come fanno la birra a come costruiscono le capanne, ai “mille” utilizzi dell’Enset, il falso banano.
Cena tutti insieme e poi la danza locale. Tutti attorno al fuoco per un momento memorabile.
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Disastro! Ieri, in aeroporto, la dogana ci ha confiscato la telecamera. In Etiopia c’è una legge che vieta l’ingresso nel Paese di attrezzature da ripresa professionali. Ci vuole un permesso governativo.
Usciamo dalla nostra stanza, incontriamo Abel, lo soprannominiamo Bob per via del suo credo, il rastafari, sarà la nostra guida per 9 giorni.
Andiamo all’ufficio “Government Comunication Affaris” per chiedere il permesso per la telecamera. Niente da fare, hanno bisogno di una lettera dell’Ambasciata Etiope italiana di Roma. Incredibile! Prima di partire avevamo provato a chiamarla per 15 giorni, a tutte le ore, senza ottenere risposta.
Andiamo all’ambasciata italiana di Addis-Abeba, non possono fare nulla.
All’uscita incontriamo Emanuele, una persona splendida che prova ad aiutarci in tutti i modi. Alla fine ci manda da Antonio, un suo amico fotografo. Anche qui “mille” telefonate, ma niente, la telecamera rimane in aeroporto.
Siamo indecisi se fare rientro in Italia, anche se abbiamo una decina di interviste da realizzare. E’ deciso. Si rimane, ci concentreremo sul reportage fotografico, ma una cosa è certa: torneremo presto per regalarvi come sempre video esclusivi.
Controlliamo il programma di questi 9 giorni e poi l’ultima smorfia di rabbia e non ci pensiamo più.
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A Key West la noia può prendere il sopravvento in qualunque momento. A parte un piccolo centro da visitare e una minuscola spiaggetta, poco altro si può fare senza spendere soldi. Così è diventata la patria degli sport acquatici: non ci si annoia più, ma i dollari volano via.
Noleggiamo la Seafox Boat , 7 metri di lunghezza e 150 cavalli di potenza. Che spettacolo! Ci facciamo varco trai i canali e l’acqua bassa per prendere il largo e poi via, veloci come il vento, arriviamo a 45 nodi.
Il colore dell’acqua cambia incredibilmente da verde ad azzurro intenso; arrivano due nubifragi, i colori cambiano ancora.
Poi un tuffo nel mare blu, l’ancora che si incaglia in mare aperto, il Sunset Celebration a Mallory Square e i sigari “Padron Family Reserve No.45 Maduro, comprati in Duval Street: eletti da Cigar Aficionado “2009 Cigar of the Year”.
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Il racconto di una giornata di viaggio può essere condensato in una riga o in pochi secondi? Su What's up si, perché è un contenitore di novità in pillole.
Se ti chiedi dove siamo e cosa stiamo facendo, non perderti What's up, l'anticipazione di quello che leggerai sul magazine non appena appoggeremo zaini e macchine fotografiche per raccontare tutto nei dettagli.
E se il reportage di tutto il viaggio ti intriga, basta registrarti, e ad avvisarti quando sarà online ci pensiamo noi.
e ancora ...
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Bellissima città! Ci sono stato già tre volte anche io. ”
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