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Guinnes World Record: the record is broken!

Il Record mondiale concluso con il viaggio in Antartide. Alle 21 del 29 novembre 2004 Giorgio Barbieri, all’età di 1 anno, 9 mesi e 29 giorni, è sbarcato all’isola di Re Giorgio (guarda caso), in Antartide, precisamente alla stazione polacca “Polar Pioneer”, gestita dai biologi dell’Accademia delle Scienze di Varsavia, ed ha conquistato il record, scalzando la detentrice americana Lani Shea, che aveva ottenuto il primato di recente a 2 e 10 mesi. “The record is broken!”, missione compiuta: Giorgio campione del mondo.A dire il vero, fu un viaggio talmente bello, che il record passò in secondo piano … anzi, non ci siamo neppure ricordati di festeggiarlo (dato ormai per scontato), tanto eravamo pieni di immagini sublimi, vera delizia dello spirito!

L’Antartide, dunque, il continente più misterioso, isolato e difficile da raggiungere, ha decretato il successo dell’impresa. La parola “Antartide” deriva dal greco “anti” (opposto) e “arktos” (orso), in quanto opposto alla costellazione dell’Orsa Minore. La convinzione che esistesse un continente sconosciuto all’estremità sud del mondo nacque molto prima della concezione sferica della Terra: gli antichi greci avevano teorizzato di zone calde, temperate e fredde, man mano che ci si allontanava dall’Equatore e, in base alla Teoria degli Opposti e delle Simmetrie, l’esistenza di una terra sconosciuta (poi definita dai Latini “Terra Australis Incognita”) opposta alla propria. Ci vollero più di due millenni prima che si accertasse l’esistenza di un continente ignoto opposto all’Artide. L’Antartide dunque è l’ultimo continente scoperto dall’uomo e la sua esplorazione è molto recente e limitata; l’assenza di popolazioni autoctone ha fatto sì che non fosse necessario svilupparvi una supremazia culturale e politica ed ha facilitato una partecipazione simultanea di varie nazioni nella amministrazione del continente, senza la predominanza di un solo paese.

Quando a fine giugno 2003 salimmo sul camper diretti in Crimea, Armenia ed Iran, passando per la costa nord del Mare Nero, Giorgio aveva appena 5 mesi e all’epoca non pensavamo certo ad un suo record. Stranamente, l’idea di inserire Giorgio in questa competizione internazionale mi giunse dal lontano Borneo, nelle vesti di Luca Riva e Giorgio Gubellini, due giovani impiegati milanesi, che partiti alla volta di Sarawak e Sabah con un pacchetto organizzato, giunti in loco mollarono il gruppo per seguire le mete suggerite dal mio libro sull’isola. Entusiasti, tornati a casa mi contattarono tramite l’editore e vennero addirittura a Modena per conoscermi di persona. Fu proprio Luca a darmi l’imput del Guinness, parlandomi di una bambina sudafricana che, all’età di 3 anni e 10 mesi, aveva ottenuto il titolo toccando tutti i sette continenti. Da quando nel 1982 fui inserito nel librone per il numero di paesi visitati, la redazione del Guinness World Records (GWR) mi inviava saltuari aggiornamenti ed io stesso avevo appena proposto di inserire i miei due figli Clelia e Fabio, rispettivamente di 8 e 6 anni (con già 61 paesi al loro attivo), come i più giovani viaggiatoti che avessero visitato tutti i paesi europei, ma l’idea fu scartata in favore di Giorgio: “Riceviamo 60.000 proposte l’anno, difficili da gestire, preferiamo che si infrangano record già esistenti”. Paragonato a quello di toccare tutte le nazioni d’Europa, il titolo dei continenti mi pareva una “passeggiata”, un invito a nozze: in ASIA eravamo già stati l’estate scorsa, l’AFRICA è a un tiro di sasso, non restava che prendere un volo per Santiago (SUD AMERICA) via Miami (NORD AMERICA), poi dalla capitale cilena fare un’escursione all’isola di Pasqua, ultimo lembo dell’OCEANIA, e, infine, dalla Terra del Fuoco (Ushuaia) prendere un mezzo per l’ANTARTIDE. Mi ero follemente innamorato dell’idea di toccare Pasqua e Antartico in un unico viaggio, di prendere cioè “quattro piccioni con una fava”. Feci un breve schema del progetto e lo proposi a Giovanni Vinsani, il direttore della Midland-Cte International, lo sponsor che da anni dimostra un’ammirevole fiducia nelle mie proposte. Con l’avallo del GWR (dicembre 2003), che ufficializzò l’inizio della competizione per iscritto, ed il supporto economico di Vinsani, che firmò il contratto con un badget di finanziamento all’impresa, la mia mente spiccò letteralmente il volo. La parte più “buia” e incerta dell’impresa era ovviamente come arrivare in Antartide. Tramite posta elettronica contattai subito gli enti del turismo cileno ed argentino, le associazioni italiane e gli uffici stampa delle nostre rappresentanze diplomatiche nella regione, i tour operator locali, internazionali ed anche la marina militare argentina (che sapevo svolgere questo servizio in passato), al solo scopo di capire chi potesse portarci in Antartide, con quale mezzo, in che periodo, il costo, le condizioni … In molti risposero, ma nessuno fu in grado di darmi indicazioni atte ad orientarmi con chiarezza. Le crociere organizzate dalle agenzie inglesi e americane erano per noi troppo lunghe (10-12 giorni), elaborate e costose; le agenzie marittime di Ushuaia si limitano a fare il giro di Capo Horn, senza spingersi oltre e, tra l’altro, sottolineavano spesso la difficoltà nell’accettare bambini tanto piccoli a bordo. Ma non desistevo: “Se la bambina sudafricana è passata, ci deve pur esser un passaggio anche per noi”. L’altra notizia emersa dalla fitta corrispondenza, fu quella che ovviamente in Antartide ci si va solo nella stagione bella, da fine Novembre a inizio Marzo, quando da noi è inverno. Questo lo sapevo, ma nella mia ostinazione avevo sperato che qualcuno vi andasse anche in luglio o agosto, così avrei potuto sfruttare il periodo delle vacanze estive in tutta tranquillità, ma niente da fare.

A maggio 2004, la soluzione giunse paradossalmente da Roberta, la direttrice dell’agenzia di viaggi sotto casa, che m’indicò Mauro Olivero, un tour operator di Torino specializzato nei viaggi in Antartide. Questi era in stretto contatto con Antarctica XXI di Punta Arenas, nella Patagonia cilena, la compagnia che aveva noleggiato una nave oceanografica russa, con l’intero equipaggio, per la spedizione di un mese all’isola antartica di Re Giorgio. Nel progetto, tuttora in fase di sperimentazione, la direzione aveva, inoltre, organizzato un ponte aereo con la DAP (Aerolineas Patagonia), grazie al quale noi potevamo tornare in aereo, senza l’obbligo di fermarci per un lungo periodo in antartico. Perfetto! Niente male neppure il prezzo … di favore … molto inferiore a quello delle altre compagnie anglosassoni, che per la crociera su piccole navi chiedono anche 5000 euro a testa, ma ugualmente importante se moltiplicato per 5, poiché era nostra intenzione vivere questa stupenda esperienza con tutti i membri della famiglia. Roberta e Mauro si adoperarono per fare coincidere i voli, il tratto in bus e la nave, in partenza il 27 novembre da Ushuaia: Milano, Santiago, Pasqua, Punta Arenas e 12 ore di bus per Rio Gallegos, nei due sensi. Il pacchetto di due settimane includeva gli hotel durante le soste, ma escludeva però gli Stati Uniti, poiché in tal caso il prezzo lievitava troppo. Conveniva andare in America con un volo a parte, magari in ottobre. Nonostante gli sforzi per cercare le soluzioni meno costose, alla presentazione del conto totale la cifra si rivelò tuttavia molto superiore al pur generoso budged della Midland, tanto da obbligarci a rinunciare, con la morte nel cuore, alla presenza di Clelia e Fabio. Con la successiva “limatura” tolsi anche le prenotazioni degli hotel, sicuro di rimediare con meno spesa sul posto o tramite Internet. Alla fine il conto si era ridotto all’essenziale: voli e nave. A fine giugno partimmo per l’AFRICA in camper e durante l’estate provai anche a volare in America: prima da Lisbona a Boston via Azzorre e poi dalle isole Foer alla Groenlandia via Islanda, ma in entrambi i casi i voli erano pieni. Tornati a Modena a fine agosto, trovai una lettera del GWR, dove mi avvisavano che il record era passato nelle mani di una bambina nordamericana di 2 anni e 10 mesi; solo casualmente lessi l’allegato di prassi, notando una modifica paradossale nel regolamento: al paragrafo 1 si ribadiva che Pasqua era valida come Oceania, mentre nell’aggiunta al paragrafo 6 per Oceania si intendeva soltanto Australia (neppure la Nuova Zelanda era accettata). Telefonai subito a Londra per un chiarimento, ma l’impiegata dell’ufficio record insistette per rassicurarmi: “Il punto 6 era certamente un errore e potevo tranquillamente andare all’isola di Pasqua, come da precedenti accordi”. Non mi convinse. La richiamai il giorno dopo, l’altro ancora, e soltanto alla quarta telefonata riuscii a smuoverla dalla sedia per sincerarsi bene della cosa: “Non posso andare in giro per il mondo, tra l’altro con un bambino, per niente!”. Mi arrivò subito una lettera di scuse, mi ringraziarono per avergli segnalato l’errore, però per avere valido l’Oceania dovevo obbligatoriamente andare in Australia (… you must go to Australia!). La cosa mi infastidì parecchio: “Un continente è un continente, con tanto di piattaforma e confini …” Probabilmente alla redazione del GWR avevano deciso di complicare le cose ai contendenti: “anche le modifiche nelle ristampe del librone hanno un costo”. Non avevo nessuna voglia di andare in Australia, ma ormai dovevo portare a termine il discorso. Tornai da Roberta, annullammo per intero il progetto precedente e cercammo di crearne uno adatto al nuovo regolamento. Considerammo di fare il giro del mondo, di arrivare in Australia dal Cile o via Tahiti ed un disastro di altre possibilità; alla fine la via più conveniente fu quella di spezzare il viaggio in due tronconi: Australia in ottobre e Americhe più Antartide a novembre. Ormai tutto era fissato, mancava però ancora un dettaglio, l’ultimo grosso ostacolo alla realizzazione del progetto: qualcuno di fiducia che si prendesse cura di Clelia e Fabio durante la nostra assenza (possibilmente per un prezzo d’amicizia, non certamente a ore) … cioè, dormire con loro, preparargli ogni cosa, la cena e tutto il resto: un impegno per una persona abile, responsabile e dotata di grande disponibilità! Non fu facile, valutammo infinite possibilità, moltissime quelle scartate per i più svariati motivi … una cernita durata tantissimo, ma alla fine la salvezza e la tranquillità ci giunse nella figura di Elena, giovane laureanda amica di amici… Finalmente tutto quadrava, tutto era come desideravamo che fosse: si parte!

Il 6 ottobre da Bologna, dopo un’interminabile volo di oltre 30 ore via Vienna e Singapore, con Giorgio che poppava, dormiva e giocava sereno più che a casa, sbarcammo agli antipodi, nella città di Melbourne, attesi dall’autista di Massimo Ubertini, l’amico modenese fondatore della Saeco Australia, che ci ospitò nella sua bella villa condivisa con la moglie canadese Esther e le due figlie: Giulia e Alessia di 4 e 8 anni. La particolare singolarità di questa vacanza, certamente degna di nota, fu quella di girare per l’AUSTRALIA alla ricerca di canguri in Maserati (di colore nero), l’ultimo modello della casa modenese ed unico esemplare esistente in tutta l’Oceania. Una volta tornati a Modena ci trovammo costretti a rifare il carosello delle possibili babysitter e questa volta fu Sonia a prendersi cura dei nostri figli per i 15 giorni del viaggio in Antartide.

Martedì 23 novembre, come da copione, arrivammo a Miami (NORD AMERICA) via Parigi e il giorno successivo al caldo estivo di Buenos Aires (SUD AMERICA): sesto continente per Giorgio. Ma il viaggio, quello vero, per noi iniziò soltanto il 25 ad Ushuaia, la città più australe del mondo. All’arrivo trovammo pioggia, vento e monti innevati tutt’attorno. A parte il lungomare, che scorre lunga la baia, le altre strade parallele, come la principale Calle St. Martin, sono in salita e in posizione panoramica. Il taxista indio ci condusse nella pensione prenotata da Modena via Internet, dov’era specificato “posizione centrale”. Era a ben “33 quadre” dal centro, su per una strada sterrata e triste: rifiutai con garbo, anche se occorre sottolineare che qui la gente è particolarmente graziosa, d’indole gentile, mai incline a fare discussioni di tipo litigioso. Comunque, era la prima volta che prenotavo un alloggio e credo proprio che continuerò in tal senso. Tramite l’ufficio del turismo, in pochi minuti trovammo posto presso la Familia Velasquez (tripla per 16 euro), un piccolo ed ospitale Alojamento ad “una quadra” dal centro: ambiente spartano, genuino, frequentato da viaggiatori di svariate nazionalità. L’atmosfera in città è briosa e stimolante, vagamente pionieristica: da 10.000 abitanti, in meno di 15 anni sono diventati 120.000, con un incremento demografico impressionante. Una sterminata periferia fatta di case semplici, non baracche. Il clima varia di continuo, ma non fa quel freddo che temevamo; c’è stato però spiegato che col vento forte la temperatura di +1 è percepita come –14.

Dopo la foto d’obbligo al famoso cartello con su scritto “Ushuaia, el final del mundo”; la visita al Parque Nacional Tierra del Fuego, che racchiude “Susana", l’ultima collina della cordigliera delle Ande ed il punto in cui termina la mitica Route 3, quella che conduce a Buenos Aires, sabato 27 alle 16 c’imbarcammo sulla nave russa Grigoriy Mikheev diretti in Antartide. Qualche ora di navigazione lungo il canale di Murrey e breve sosta a Puerto Williams, nel settore cileno, dove salirono a bordo i fondatori della spedizione “Antarctica XXI”, tra cui il console inglese John Rees, e diversi ospiti di prestigio, come il simpaticissimo Governatore di Patagonia e Antarctica, Eduardo Barros, grande animatore e suonatore di chitarra. Qui salì anche stampa e televisione nazionale per un’intervista sul Guinness di Giorgio. Il team della spedizione, capitanato dall’esperto Mitchel Sallaberry, expedition leader docente di Biologia all’università di Santiago, era altamente qualificato e interamente bilingue: spagnolo e inglese. Le sistemazioni e i dettagli erano quelli di una crociera di lusso: camere capienti, fornite di ogni comfort moderno, e cucina a cinque stelle diretta dal capace Phill, australiano di Perth. Il nostro gruppo di passeggeri e assistenti era composto da una ventina di persone in tutto, rapidamente affiatati.

La mattina del 28 ci svegliammo in mezzo ad un ventoso, ma quieto Mare di Drake. Durante una delle lezioni sul continente bianco, che regolarmente scandivano le giornate di bordo (flora, fauna, spedizioni, storia, etc.), apprendiamo che giornate col mare calmo come quello odierna sono rare: è molto più frequente che onde alte quindici metri spazzino la coperta della nave, in quanto il “passaggio di Drake” è famoso per essere il mare più tormentato del pianeta. Ecco, questo particolare in Italia non me lo avevano detto, anzi…

Il 29 apparve addirittura il sole e tutti ringraziarono la buona sorte. Una giornata stupenda, trascorsa a scattare foto all’aperto; quando poi ci apparve il primo Iceberg in lontananza ed il comandante russo annunciò di cambiare rotta al solo scopo di passargli accanto per mostrarcelo da vicino, ci fu un grido di assenso generale. Non avevo mai visto niente di simile, di più candido, da ipnotizzarci per lo splendore: pareti verticali di ghiaccio bianchissime, bordate da sfumature azzurrognole, con forma e dimensioni che mi fecero pensare ad una gigantesca portaerei (solo il 20% del volume emerge dall’acqua). Quella visione paradisiaca, che ci trasmise tanta euforica energia, sarebbe ben presto divenuta normale, con numerose isole di ghiaccio galleggianti su tutti i lati. In prossimità della costa, formata da terre emerse e ghiacciai, il cielo tornò plumbeo, con colpi di luce stranissimi, mai visti prima; alle 20 la nave si fermò in una baia spettrale, in lontananza erano visibili alcune case gialle simili a vagoni ferroviari; scese a terra il capitano per formalizzare il consenso alla visita, anche se via radio la base era già stati avvisata del nostro arrivo. Salimmo tutti sui gommoni e alle 21, dopo 51 ore di traversata, toccammo così terra in ANTARTICO, alla Polska Wyprawa Arctowski "Polar Pioneer", la stazione dei biologi polacchi della Polish Academy Of Sciences. Alla stazione, collocata in una striscia di terra bagnata sui due lati e frequentata da pinguini che vagano tra carcasse di balena, ci accolsero con un party in nostro onore. Per l’occasione, stupende canzoni e poesie improvvisate furono dedicate al piccolo Giorgio e gli venne perfino consegnato un diploma per avere attraversato il famigerato mare di Drake. Ma la reazione più sorprendente è stata quella dei pinguini, che non avevano mai visto un umano così piccolo: dalla riva sono corsi da Giorgio, lo hanno circondato e si consultavano tra loro come dei bambini incuriositi, perplessi. Giorgio li guardava, ascoltava, tranquillo come un pinguino. Erano circa alti uguali, si guardavano negli occhi.

Ci trovavamo in un’area geografica di particolare interesse nota come la Penisola Antartica, una larga striscia di terra a forma di “S” situata tra il 55° ed il 77° Ovest. Questa è l’estremità più settentrionale e la più vicina ad altri continenti, e pertanto la più accessibile per essere visitata. Per questo motivo è stata nel passato la più importante porta d’accesso per i cacciatori di foche, di balene e per gli esploratori, ed è attualmente la più ricca di tracce storiche del passato e di basi scientifiche.

Tornammo sulla nave verso mezzanotte, il mattino seguente la spedizione si spostò alla base aerea cilena Eduardo Frei, sistemata nella parte occidentale della King George Island (una baia condivisa con la stazione di ricerca russa e quella cinese, un’unica costruzione di colore blu: “le condizioni estreme rendono naturale il concetto di fratellanza”), molto più grande e diversa dalla precedente: un villaggio abitato da 46 anime, perlopiù militari, con tanto di ufficio postale, la chiesa cattolica, quella ortodossa, a destra sul dirupo, ed un chilometro più all’interno un albergo d’emergenza, coi letti a castello, accanto all’hangar e alla pista aeroportuale, da dove, tempo permettendo, avremmo dovuto partire nel primo pomeriggio. Tornati sulla nave col solito gommone nero, che qui chiamano zodiac, facemmo appena in tempo a mandare un messaggio alla redazione della Guinness (GWR) di Londra (“…yesterday Giorgio landed in Antarctica and broke the record!”), che un improvviso blackout causato dalla tormenta ci scollegò dal resto del mondo. L’aereo da Punta Arenas non arrivò. Un rischio calcolato: nelle coincidenze di aerei e bus per il ritorno a casa avevo preventivato un paio di giorni di ritardo. Se il ritardo fosse stato maggiore, allora il rientro si complicava notevolmente, ma per il momento non potevamo che gioire per il prolungarsi di una straordinaria vacanza forzata, tra l’altro gratuita: tutti noi usufruivamo dei servizi destinati al gruppo che avrebbe dovuto darci il cambio, anch’esso però bloccato dal cattivo tempo. Giorgio intanto si muoveva sempre più liberamente tra le sale della nave, ben riscaldate e dai pavimenti ricoperti di moquette, coccolato da tutti come la vera mascotte della spedizione. In una delle ormai consuete free session musicali del dopocena, restammo tutti colpiti dalla bravura di Gabriel, un giovane assistente di Antarctica XXI, che si esibì prima col suono tetro e gutturale della lunga pipa usata dagli aborigena australiani e poi riprendendo con la gola lo stesso suono apparentemente inimitabile, dalle origini decisamente misteriose ed ancestrali.

Dal ponte radio con la base cilena, la mattina del primo dicembre apprendemmo subito che l’aereo non sarebbe arrivato neppure oggi; alcuni cominciarono a dare segni di nervosismo, ma io rifiutai di preoccuparmi, ripagato e cosciente del privilegio di vivere in diretta il maestoso universo del continente bianco. Poco dopo, una coppia di balene a fior d’acqua sbatté le gigantesche pinne a pochi metri da noi. Giunse poi la proposta del bravo capo spedizione, accolta positivamente dal comandante, di allungarci fino a Robert Island, l’isola più orientale delle South Shetland Islands: un’escursione che avrebbe reso questa giornata unica e indimenticabile. Passammo al largo della base coreana, superammo Nelson Island tra ghiacciai ed iceberg sparsi dovunque, ed arrivammo a destinazione in un luogo sbalorditivo, “il più remoto tra i remoti”, che ci donò la magica sensazione di trovarci su di un pianeta a parte, per il paesaggio tipicamente polare, dalla natura prepotente, e per la quantità di fauna per noi insolita e divinamente affascinante. Elefanti marini grossi come ippopotami, sparsi a gruppi un po’ dappertutto, baie occupate da gremite colonie di pinguini e grossi uccelli che nidificavano ad ogni passo, tanto da obbligarci a fare attenzione per non pestarli: l’albatros, facilmente riconoscibile per l’apertura alare di oltre tre metri, il cormorano, il gabbiano dominicano, il predatore skua e altri. Una meraviglia. Quando avvertii l’esigenza di entrare in sintonia con l’ambiente, subito mi accorsi che soltanto gli occhi di Giorgio riflettevano la purezza di quel continente e all’improvviso tutto si capovolse: “Non ero più io a tenere la sua mano, ma lui a tenere la mia; non ero io a coccolarlo, ma lui a coccolare me”. Ero nel suo mondo.

Le condizioni antartiche non sono favorevoli allo sviluppo di forme di vita complesse, a causa delle basse temperature, della diversa distribuzione della luce nell’arco dell’anno e la presenza dello strato di ghiaccio che copre il 89% del territorio; per queste ragioni la presenza animale è concentrata lungo le coste, dove si trovano la maggior parte delle superfici libere dal ghiaccio e condizioni climatiche meno severe. I mammiferi e gli uccelli marini formano i due gruppi più grandi della fauna superiore antartica: fra i primi si possono distinguere i Pinnipedi (foche e leoni marini) ed i cetacei (balene, orche e delfini). Le caratteristiche principali dei pinguini sono l’incapacità di volare e il totale adattamento all’ambiente marino, anche se essi passano una parte considerevole della loro vita a terra, dove si svolgono i loro cicli riproduttivi. Delle svariate specie presenti, il più grande è l’imperatore, che raggiunge il metro e venti d’altezza.

Ad un paio d’ore dallo sbarco a Robert Island ebbe inizio una forte bufera di neve antartica ed io, memore dell’escursione precedente, con naturalezza estrassi il mio mini ombrello da viaggio per coprire la videocamera: una mossa geniale, ero l’unico ad avere la “finezza” dell’ombrellino, visione che stupì i membri della spedizione, a tal punto che la sera stessa composero una canzone dal titolo El primero paraguas de isla Robert.

La mattina del 2 dicembre eravamo di nuovo alla base cilena di King George Island, poi ancora una bufera che obbligò tutti ad un rapido rientro in nave. Dell’aereo non si sapeva più nulla e comunque ormai avevamo perso tutte le coincidenze di bus e aerei per il rientro a Buenos Aires, da dove il 4 alle 23 avremmo dovuto volare in Italia. Non arrivare in tempo sarebbe corrisposto ad un dispendio d’energie e valuta considerevoli.

Le condizioni climatiche dell’Antartide, che la rendono una delle aree più inospitali del globo, sono determinate dalla sua posizione geografica estrema: a causa della vicinanza delle terre sud-polari all’asse di rotazione terrestre, l’angolo di incidenza delle radiazioni solari e quindi al loro intensità, sono minimi. Il Circolo Polare Antartico (66°33’) rappresenta la linea al disotto della quale, durante il solstizio d’estate, il sole non tramonta mai, mentre durante il solstizio d’inverno non sorge mai. La temperatura più bassa che si sia mai registrata fu misurata nel 1983 dalla base russa Vostok, situata nella pianura polare: -89,6°C. La parte nord della Penisola Antartica, meta dei principali itinerari turistici (dove eravamo noi), è l’unica regione che goda di un clima temperato, con una temperatura media invernale di -9°C.

Alle 15, nonostante il tempo peggiori di ora in ora, saliamo tutti sugli zodiac diretti a terra. Da qui, un gippone ci conduce all’hangar, dove accanto si intravede la sagoma di un aereo appena atterrato, spazzato da raffiche di vento e neve. Le foto di rito e poi tutti sull’aereo che alle 17:40 inizia a rollare su di una pista ghiacciata; il tempo torna bello sopra Capo Horn ed alle 20 atterrammo a Punta Arenas col sole. I fondatori di Antarctica XXI ci mandarono un auto all’aeroporto, ci invitarono a cena nei lussuosi saloni barocchi dell’Hotel José Nogueira, di loro proprietà, e la graziosa Cori lavorò fino alle 2 e mezza di notte per trovarci un volo, che l’indomani mattina alle 7 ci portò a Buenos Aires via Santiago; i biglietti da Rio Gallegos acquistati in Italia erano da gettare. Il 5 eravamo a Miami e il 6 a Modena, come da copione.

Il record è stato ottenuto con 20.000 km di viaggio via terra (2 viaggi di 2 mesi ciascuno: uno in ASIA e l’altro in AFRICA), 16 voli aerei (dei quali 8 intercontinentali), 4 traghetti ed una nave oceanica per 6 giorni.


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Profile photo of Giò Barbieri

Giò Barbieri lives and works in Modena. After graduating from the Accademia d’Arte in Florence, in the ‘70s he worked with Bonvi (Franco Bonvicini, creator of the comic strip Sturmtruppen) and Silver (Guido Silvestri, creator of Lupo Alberto) at the publisher Plycomics, piloted tourist aircraft, sailed extensively, and was a war photographer for the weekly L’Europeo. A tireless traveller and passionate ethnologist, in 1982 he figured in the Guinness Book of Records as the individual to have visited the greatest number of countries, and in 2004 his son of just 20 months was listed in this same book as “the youngest traveller to have visited all seven continents”. Since 1994 he has authored tourist guides for FuoriThema, Vallardi, Rough Guide and Polaris, travel stories and books, directed the travel section of the illustrated periodical Terra e Identità and been a long-established contributor to the travel magazine Caravan & Camper, for which he writes articles and news reports.



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