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Sénégal summer camp – quando per imparare ci si deve divertire

Il summer camp si svolgerà in Senegal dal 29 Luglio prossimo e avrà come base il villaggio di Ngor. Un paese che conserva ancora i ritmi tradizionali, poco distante da Dakar, la capitale senegalese e collocato sulle soglie dell'Oceano Atlantico, nella parte più occidentale dell'Africa.

Il summer camp nasce dalla collaborazione di due associazioni. Una italo senegalese “Atlantic school” e l’altra italiana “Mine vaganti Ngo”.

L’idea è quella di insegnare tramite il viaggio e l’avventura l’intercultura e la sua pratica attraverso l’educazione non formale, il dialogo, le visite e gli eventi culturali.

L’idea di portare gli studenti del summer camp in Senegal in un villaggio sulle spiagge dell’oceano cresce nell'entusiasmo delle due associazioni, per offrire un’ottica completamente straniata sulla realtà occidentale sotto i nostri occhi.

La vacanza culturale ha il fine di regalare la percezione che non esiste niente di assoluto nell’essere umano e in ciò che considera certo, stabile e dogmatico. L’arricchimento può nascere infatti da contesti lontani nello spazio e nelle concezioni culturali e soprattutto la percezione del distante da noi, dalla lentezza, dalle soluzioni e adattamenti antropologici più impensabili. Questo mix regala una grande scoperta: l’alterità come specchio di sè stessi.

Il mondo occidentale tende a proporre un modello di sviluppo basato sulla produzione e il consumo compulsivi. I valori dentro i quali viviamo sembrano assoluti e indiscutibili, eppure possono crollare attraverso l’esperienza di contesti completamente diversi. Provare su sè quale effetto abbiano differenze di stili di vita così radicali può far scoprire che il benessere non è qualcosa che si possa definire con i parametri di un prodotto interno lordo.

Il tempo di vivere, condividere, conoscere persone e punti di vista diversi, spendere ore a passeggiare, discutere, sorseggiare il tè. Provare una capacità di socializzare molto più semplice, uno stile di vita in cui la solitudine non sia vissuta come una normalità, ma come una strana e bizzarra eccezione. Tutto questo e molto di più e ciò che ci ha portato a credere che lo stile di vita senegalese meritasse di essere offerto che potesse valer la pena studiarlo. Non solo studiarlo, ma renderlo base di un percorso di apprendimento delle pratiche interculturali.

Da un punto di vista teorico il progetto nasce per ribaltare l’ottica che vuole sempre il bianco o l’occidentale come l’indiscusso esportatore di civiltà e sapere. La civiltà moderna ha spesso fatto di sè un modello da esportare, indiscutibile, autoreferenziale. Riportare a una cultura locale tutto il proprio valore significa invece, al contrario, farla entrare in un contesto di dialogo internazionale e farglielo fare alla pari.

Nell’ottica interculturale di Gramsci non esistevano le culture subalterne. La storia ci ha consegnato un lungo elenco di dominazioni e sottomissioni da cui discendeva una visione dei dominati come portatori di idee, civiltà e modi di vivere più elevati. Esempi di bellezza, condierazione di sè, vestiario, eroi nazionali e stili di vita da imporre e non mettere mai in discussione. Da sostituire a quelli di una cultura subalterna che si era mostrata debole in un confronto bellico, spesso non alla pari con una cultura migliore, portatrice di valori più forti, più validi, più aggressivi in una competizione globale.

Una logica questa di culture gerarchizzate in continuazione, a volte in modo inconsapevole e sottile, ma pur sempre oscillanti nel dualismo “subalterne – egemoni”. Secoli di storia in cui la storia è stata scritta dai vincitori che hanno dipinto sè stessi con tutti i colori della tavolozza positiva, là dove spesso si identificava come positiva anche la vittoria delle barbarie sull’umanità, dell’aggressività e del profitto sul valore della vita, dell’imposizione sul senso di relativismo culturale. Un mondo da cui scompariva il valore della diversità.

Anche Leopold Sedar Senghor, il celebre primo presidente della repubblica Senegalese nonchè filosofo e letterato, riconosceva alle culture la loro intrinseca ricchezza nella diversità. Auspicava anche per l’Africa un dialogo con le altre culture che fosse alla pari, nella propria specificità. Quella che lui chiamò Negritude.

Dunque intercultura significa restituire a ognuno il proprio dialogo, la propria narrazione di sè. Significa non privare nessuno dell’orgoglio di parlare delle radici in cui si è formato, dei propri valori, punti di vista, musiche, colori, ambienti. Tutti validi per il valore di scambio nella creazione di un metissage interculturale, in cui conoscere l’altro significa disfarsi, per ricostruirsi migliori.


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CITY


Profile photo of Irene Manos

I am an italian and english teacher passionate about travels and anthropology. I have recently set up a project in Senegal about intercultural tourism in a local village called Ngor, very close to Dakar, the capital. The project is an intercultural school based in the village where is possible to study languages (french or wolof, the official and local languages) and being hosted in a local family, sharing in this way the traditional daily life, eating together, visiting places, participating in intercultural events.A new project for local development, interculture and a new concept of "tavelling"



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